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Gianluca Vialli, a La Gazzetta dello Sport, parla della Juve e non solo. 

IN PANCHINA – “Era una situazione eccezionale, mancava Oriali. Di solito va lui in panchina con Roberto e io mi siedo in tribuna, di fianco al presidente, perché le mie non sono mansioni tecniche. È stato emozionante, non mi sedevo su una panchina da vent’anni, quando allenavo il Watford. Ma soprattutto lo è stato sedermi di fianco a Roberto in una posizione diversa dal solito. Abbiamo passato tanto tempo vicini, ma in campo. Accompagnarlo ha risvegliato ricordi e forti emozioni”.

IN NAZIONALE – “È bello, mi dà l’opportunità di fare quello che voglio fare adesso nella vita: ispirare le persone. Ho trovato un’organizzazione perfetta, un ambiente ideale, il rapporto tra lo staff, i giocatori e i magazzinieri, i massaggiatori… sembra che tutti si vogliano bene e siano felici di essere qua. Merito del presidente Gravina, che ha trasformato la Nazionale in un club, e di Roberto, che è riuscito a creare un’atmosfera veramente molto bella”.

CONFUSIONE – “Da cosa ripartire? Dalle regole che devono essere certe, dal rispetto verso queste regole e dell’autorità che decide, dal rispetto della salute dei calciatori e di tutti quelli che fanno parte dell’ambiente. E da molto buon senso: bisogna dimenticare gli interessi personali o di parte per fare l’interesse del movimento. Dobbiamo trovare il modo di continuare a giocare nelle condizioni più sicure possibili. Ci si rende conto che muove il PIL, il calcio? A volte sì, ma altre si pensa sia soltanto un gioco. Il calcio è un gioco che però è diventato un business che regala emozioni e ricordi a chi lo guarda, muove tanti interessi economici e produce lavoro. Abbiamo il dovere di fare il possibile perché questo business non si fermi. Per l’aspetto economico, ma anche per dare alla gente emozioni, ricordi e felicità”.

IL PRIMO PALLONE – “Era un pallone arancione di plastica. Qualcuno ha detto che per avere successo nella vita devi capire presto e con chiarezza quello che vuoi fare da grande. Io credo di averlo capito subito. Una volta, a due anni, così mi ha raccontato mia mamma, ho dato un calcio a quel pallone arancione, mi sono innamorato e ho deciso quello che avrei voluto fare per tutto il resto della mia vita. Cosa direi a un bambino? Che è gioia, ti permetterà di crescere, di migliorare, di imparare a stare in un gruppo, il rispetto delle regole, a rialzarti quando hai una battuta d’arresto e a cercare di superare sempre i tuoi limiti. E poi di non arrendersi se qualcuno ti dice che non hai talento. Il talento può essere la fine di un percorso, non necessariamente l’inizio. Bisogna sempre imparare. Bisogna avere doti che non hanno a che fare col talento: la determinazione, il rigore, l’abnegazione, l’energia, l’etica, la serietà, la puntualità… Il talento può essere un dono, ma anche una conquista”.

TUMORE – “Non l’ho mai considerata una battaglia, perché ho sempre pensato che il cancro è meglio tenerselo amico. L’ho sempre considerato un compagno di viaggio che avrei evitato. Adesso cercherò di farlo stancare, in modo che poi mi lasci proseguire. Comunque sì, questo modo di intendere la vita mi è servito molto, perché se fai il calciatore impari la disciplina e quindi accetti certe cose che devono essere fatte durante la malattia, impari a non lamentarti. La vita è per il dieci per cento quello che ti accade e per il novanta quello che tu produci con intelligenza, passione, capacità di reazione”.

CHAMPIONS JUVE – “Tanti: vincere lo scudetto con la Samp, sicuramente. Era la prima volta della storia, completavamo un percorso, dimostravamo che davvero Davide può vincere contro Golia. Prima ancora ero nella Cremonese che tornò in A dopo cinquant’anni. Alla Juve, poi, la vittoria in Champions. Ancora oggi la gente mi dice: “Lei è l’ultimo capitano che ha alzato la coppa”. Per un paio d’anni questa cosa mi aveva fatto anche piacere, adesso dico: “Ma come? E tutto il resto che ho fatto, se lo sono dimenticato?”. E poi mi piacerebbe essere stato il capitano che ha vinto la coppa di una società che la coppa se la deve assicurare almeno un anno sì e tre no. Anche da allenatore ho avuto momenti di grande soddisfazione. Vorrei dire che sono stato fortunato, però se lo dico svilisco il culo che mi sono sempre fatto”.

GLI AZZURRI – “Può fare molto bene. Sono rimasto impressionato dalla bravura di Roberto che ha capito subito che il c.t. non può essere un rivoluzionario, non può portare un sistema rivoluzionario perché non c’è il tempo, ma non deve neanche essere un conservatore. Lui fa un calcio efficace, offensivo, innovativo che piace molto ai giocatori che l’hanno capito, quindi lo mettono in pratica con grande efficacia. E poi è un gruppo molto giovane. Avremmo voluto giocare l’Europeo, però un anno in più forse ci dà l’opportunità di crescere. Arriveremo a giugno più forti di quanto lo saremmo stati nel 2020”.

I LANCI PIU’ BELLI – “Sono stato molto fortunato perché ho giocato con Roberto Mancini, Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Gianfranco Zola. Cioè i quattro migliori numeri 10. Manca Totti, perché è più giovane di me. E io mi sono fatto un mazzo così per loro, che avevano meno attitudine alla corsa rispetto a me. Però mi hanno sempre ripagato con assist incredibili. Con Roberto scherzo sempre: “Ogni tanto tu buttavi la palla avanti, io la prendevo, la mettevo giù, stop impossibile, controllo surreale, ne scartavo due o tre, facevo gol e il giorno dopo leggevo sui giornali ‘gol di Vialli, ma grande assist di Mancini'”.

PIANTO – “Sì, dopo la finale di Champions a Wembley contro il Barcellona, con un goal di Koeman a pochissimo dalla fine. Sapevo che sarebbe stata la mia ultima partita in blucerchiato e quindi c’era, dal punto di vista emozionale, un doppio carico. Anche Roberto era molto deluso e nello spogliatoio, quando tutti se n’erano andati, abbiamo cominciato a piangere. Boskov entrò e ci disse: “Uomini non piangono , quando perdono partita”. Ma io non ci ho mai trovato niente di cui vergognarsi. È giusto e l’ho imparato anche in quest’ultimo periodo. Me lo dice sempre mia moglie: se hai qualcosa dentro, devi farlo venire fuori. Se devi piangere fallo, piangi, emozionati. Sono sempre stato d’accordo con Boskov, ma non in questo caso”.

RETROSCENA MILAN – “Ero alla Samp da due anni, ero talmente coinvolto nel progetto per cui non mi sembrava bello lasciare. Poi vivevo bene, ero pieno di amici, appunto i ragazzi della Samp, sole, mare, si mangiava bene. Il Milan era il nuovo Milan di Berlusconi, lo guardavamo con ammirazione. Però se sei innamorato di una ragazza, ne viene un’altra, fai fatica… In effetti non so se sia un paragone calzante, io a volte non ho fatto così fatica… Però ero troppo preso dalla Samp, la ragazza di allora”.

ALLA JUVE – “Avevo ventotto anni, avevamo completato la missione Samp, vinto lo scudetto, giocato la finale di Champions e ritenevo che fosse il momento giusto per cambiare. Eravamo d’accordo con il presidente Mantovani, anche lui voleva monetizzare, magari rifare un po’ la squadra e prepararsi ad un nuovo ciclo”.

SCUDETTO – “Credo che quest’anno sia difficile per la Juve. Ma questo al di là del cambiamento di allenatore. È quasi fisiologico, dopo nove anni, che gli altri abbiano trovato le contromisure e che tu possa sentirti un po’ appagato. Anche se il senso di appagamento alla Juve, io ne so qualcosa, non esiste, non è previsto. Alla Juve devi allenarti come se non avessi mai vinto una partita e devi giocare come se non ne avessi mai persa una. Però le altre adesso credo siano pronte a competere. Non so chi lo vincerà, ma credo che quest’anno le altre, oltre ad essersi rafforzate, forse sentiranno meno di prima che il campionato è scontato lo vinca la Juve. Sarà più aperto”.

ATALANTA – “Da morire, è una squadra nella quale avrei voluto giocare perché il gioco di Gasperini per un attaccante è l’ideale. Ti coinvolge, fai un sacco di gol, fatichi e ti diverti. I bergamaschi giocano con quello spirito che mi piace: avventuroso, coraggioso. C’è altruismo, giocano con continuità e da squadra. Che poi sono i valori che cerchiamo in Nazionale. Non vogliamo teste di cavolo, vogliamo giocatori altruisti, coraggiosi, che abbiano fame e garantiscano continuità. Io queste cose le vedo nell’Atalanta”.

“La società sa di quali giocatori ha bisogno, quando li va a comprare non sbaglia, dal settore giovanile escono dei talenti fantastici che poi magari valorizza, vende, reinveste. È un modello che molte società farebbero bene a seguire. Il Papu è migliorato con gli anni, è diventato un giocatore totale. Fa qualità e quantità e ti cambia le partite, te le risolve, te le vince. Fantastico. Poi però ci sono Messi, Ronaldo, Neymar, Lewandowski e quindi dici, vabbè, il Pallone d’oro a Gomez lo assegnerei, però non darlo a questi è difficile”.

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