Le 5 cose che non sapevi di Roberto Baggio

Roberto Baggio è molto più di un’icona del calcio mondiale: è un simbolo di resilienza, classe e profonda spiritualità. Nonostante i riflettori puntati addosso per tutta la carriera, il Divin Codino ha sempre espresso il desiderio di proteggere la sua sfera privata, rimanendo una persona semplice, umile e legata a valori d’altri tempi. Tant’è che si è sempre saputo poco di lui extracampo, soprattutto poi quando gli ha appeso gli scarpini al chiodo ispirando anche la storica canzone di Cesare Cremonini.

Ma oltre ai gol leggendari, all’epico rigore sbagliato a USA 94 e ai dolorosi infortuni che hanno segnato la sua epopea, ci sono aneddoti e sfaccettature della sua vita che pochi conoscono.

Cinque curiosità fantastiche su Roberto Baggio

  1. Il mito dell’anatra: il suo soprannome preferito è “El Cioso”
    Nel corso degli anni, giornalisti e intellettuali si sono sbizzarriti nel trovargli soprannomi rimasti nella storia del giornalismo sportivo: da Raffaello (coniato dall’Avvocato Agnelli per la sua eleganza pittorica) a Divin Codino, fino al meno generoso Coniglio Bagnato. Eppure, il soprannome a cui Baggio è più legato è decisamente meno poetico e molto più ruspante. I suoi amici storici d’infanzia, infatti, lo hanno sempre chiamato “El Cioso”, un’espressione dialettale veneta che indica un tipo di anatra. Un modo affettuoso per ricordargli le sue origini e le sue amate battute di caccia nella natura.
  2. Niente Wags: l’amore eterno per Andreina iniziato a 15 anni
    Nel moderno calcio patinato fatto di social network e relazioni da copertina, la storia d’amore di Roberto Baggio brilla per controtendenza. La moglie Andreina Fabbi è al suo fianco da quando entrambi avevano appena 15 anni. Timida, riservata, quasi invisibile per scelta rispetto ai riflettori mediatici, Andreina è stata la roccia a cui il campione si è aggrappato nei momenti più bui, a partire dal terribile infortunio al ginocchio a inizio carriera. Un legame indissolubile lontano anni luce dallo stereotipo delle wags contemporanee.
  3. Le squadre per cui tifava Roberto Baggio
    In Italia ha vestito le maglie delle tre grandi storiche (Juventus, Milan e Inter) oltre a quelle di Fiorentina, Bologna e Brescia, ma il suo cuore calcistico ha sempre guardato altrove. “Al massimo, quando ero piccolo, tifavo Vicenza”, ha confessato più volte Baggio. La sua vera e inaspettata squadra del cuore, però, si trova oltreoceano ed è il Boca Juniors. Il fascino della Bombonera, l’ardore della tifoseria xeneize e il romanticismo del calcio argentino hanno stregato Roberto fin da giovane, rendendolo un grandissimo sostenitore del club di Buenos Aires.
  4. Quella volta che indossò la maglia della Sampdoria
    Ufficialmente Roberto Baggio non ha mai giocato per la Sampdoria, eppure esiste una storica testimonianza fotografica che lo ritrae con i colori blucerchiati. Bisogna fare un salto indietro nel tempo fino al 1990, alla vigilia del Mondiale italiano: la celebre rivista Guerin Sportivo realizzò una copertina cult in cui sette pilastri della Nazionale posarono con le maglie dei club rivali “scambiate” per gioco. In quello scatto iconico, un giovanissimo Baggio compariva sorridente in maglia sampdoriana accanto a Gianluca Vialli (vestito con l’azzurro del Napoli), mentre Beppe Bergomi indossava il rossonero del Milan e Franco Baresi la divisa dell’Inter.
  5. Come è diventato buddista Baggio? Non è un mistero la sua fede, ma come l’ha raggiunta in un Paese storicamente e fortemente cattolico? A raccontarlo è stato lo stesso ex fuoriclasse anche di recente: Ho conosciuto il Buddhismo a fine anni 80 grazie al mio amico, Maurizio Boldrini, che aveva un negozio di dischi dove mi fermavo dopo gli allenamenti. Fu lui ad introdurmi al buddhismo e mi spiegò che avrebbe potuto farmi stare meglio in uno dei momenti più bui della mia vita. Da quel momento è iniziato un impegno costante a lavorare dentro di me, che dura ancora oggi. Non ho mai saltato un giorno di preghiera, una volta la mattina e una volta la sera. All’inizio avevo paura a dirlo ai miei, in Veneto all’epoca erano tutti cattolici”.