Le 5 cose (toccanti) che non sapevi di Gianluca Vialli

Gianluca Vialli sarà eterno. Anche perché non è stato solo un campione sul campo, ma un uomo di profonda cultura e rara sensibilità. Dietro la carriera fatta di successi internazionali e l’immagine pubblica, si celavano dettagli della sua vita privata e del suo pensiero che raccontano molto della sua essenza più autentica. Situazione che si è acuita, inevitabilmente, quando ha poi iniziato a combattere contro la malattia che alla fine, purtroppo, ha avuto la meglio.

Cose che potresti non sapere su Gianluca Vialli

Nonostante la famiglia benestante, Vialli è cresciuto seguendo il percorso comune a molti ragazzi della sua generazione: l’oratorio. Il suo legame con il pallone è iniziato tra gli spazi del Cristo Re a Cremona, dove il gioco era indissolubilmente legato alla formazione religiosa.

Come lui stesso ha raccontato:

  • «Dicevano: ‘Vieni, vieni, fai il catechismo, diventi un buon cristiano e ti facciamo giocare a calcio’. È stato lì che ho cominciato a vedere delle vere porte e degli spazi delimitati».

Come Vialli ha scoperto la malattia

La scoperta del tumore al pancreas è avvenuta in modo subdolo, partendo da quello che sembrava un banale infortunio fisico. Tutto è iniziato con una fitta alla gamba durante un esercizio di fisioterapia, un dolore che Vialli descriveva «come se avessi un cane che mi mordeva il polpaccio».

Dopo diagnosi errate di ernia del disco e un’operazione alla schiena, sono comparsi i sintomi rivelatori: nausea, perdita di peso e l’ittero. Fu solo davanti allo specchio e agli occhi del medico che arrivò la verità: «Si fermi, Gianluca… hai un cancro al pancreas».

«Quando me lo dicono io ancora non lo so che è uno dei più gravi, ma lo capisco da come il dottore soffia le parole fuori dalle labbra: “Ci sono buone possibilità”. Buone possibilità di cosa? mi chiedo. E, quando lo capisco, io che fino a quel momento della mia vita da atleta non sapevo niente di malattie, biopsie, pet-scan, di linfonodi e liquidi di contrasto, mi sento perduto. Alla prima biopsia che faccio, il tecnico la butta lì: “Io non vedo niente, sai? Forse è benigno”. Purtroppo non fu così.

Natale e lacrime: come Vialli l’ha detto alle figlie

Vialli ha affrontato il momento più difficile della sua vita privata con estrema trasparenza. Ha scelto il giorno di Santo Stefano, in un’atmosfera ancora densa del Natale appena trascorso, per comunicare la notizia alle sue bambine. È stato sempre lui a raccontarlo in prima persona:

  • «Mentre parlo con loro, e loro piangono e io piango, capisco che non è vero che il cancro è questo grande nemico da sconfiggere. Non è una lotta per uccidere lui. È una sfida per cambiare sé stessi».

Per chi tifava davvero Vialli

Sebbene sia diventato un’icona della Sampdoria e della Juventus, il cuore di Vialli ha sempre avuto radici precise. La Cremonese è rimasta per sempre la sua “squadra del cuore”, il club che lo ha lanciato nel professionismo per la cifra simbolica di mezzo milione di lire. Tuttavia, ha confessato che da bambino, prima di calcare i campi di Serie A, il suo tifo era tutto per l’Inter.

Per chi votava Vialli?

C’è un lato di Vialli meno noto che riguarda le sue inclinazioni personali fuori dal campo. Interrogato sulle sue scelte giovanili, ha rivelato una continuità con la figura paterna anche nelle urne. Da ragazzo, infatti, votava per il Partito Repubblicano, seguendo proprio le orme del padre, noto imprenditore nel settore dei prefabbricati. Successivamente, quando in particolare si è trasferito a Londra, ha svelato di non partecipare attivamente alle dinamiche politiche italiane in quanto deluso da toni e atteggiamenti.

Alla fine di Gianluca Vialli non resta l’immagine di un eroe invincibile, ma quella di un uomo che ha saputo guardare in faccia la propria vulnerabilità senza abbassare lo sguardo. La sua è stata una lezione di realismo: ci ha mostrato che la paura è un sentimento legittimo e che la dignità non consiste nel nasconderla, ma nel continuare a camminare nonostante il suo peso.

Se n’è andato consapevole che il successo non si misura nei trofei alzati sotto il cielo di Londra o di Roma, ma nella qualità dei legami che siamo capaci di costruire e nel ricordo che lasciamo in chi abbiamo amato. Legame profondo che lui ha avuto fino all’ultimo respiro con la famiglia intera che ha amato profondamente.