La Juventus fu costretta a cambiare nome durante il ventennio fascista. In quei tempi bui, infatti, il regime di Benito Mussolini attuò una sistematica opera di italianizzazione forzatadella società. Questa politica linguistica, guidata da un forte sentimento nazionalista e autarchico, prese di mira l’uso di termini stranieri nella vita quotidiana, nell’economia e, inevitabilmente, anche nel mondo dello sport. E il calcio in quegli anni stava vivendo un boom di popolarità senza precedenti, finì sotto la lente d’ingrandimento delle autorità.
Molti club storici dalle chiare origini o denominazioni inglesi furono costretti a stravolgere la propria identità: l’Inter dovette rinunciare al suo nome per diventare l’Ambrosiana, il Genoa si trasformò in Genova 1893, e il Milan divenne l’Associazione Calcio Milano. In questo scenario non fu chiaramente risparmiata la Juventus. La differenza, però, è che la società bianconera non cambiò mai il proprio nome principale, ma fu comunque costretta a un preciso e formale compromesso istituzionale.
Come si chiamò la Juventus nel ventennio fascista: solo una piccola modifica

A salvare la parola “Juventus” dalla mannaia dei censori fascisti fu la sua stessa etimologia. Il termine, scelto nel 1897 dai giovani studenti del Liceo Massimo d’Azeglio che fondarono il club, deriva direttamente dal latino e significa “gioventù”. Il fascismo, che faceva del mito della Roma imperiale, della classicità romana e del culto della giovinezza i pilastri portanti della propria propaganda ideologica, non ritenne la parola “Juventus” un termine esotico o una minaccia culturale barbarica. Al contrario, la parola evocava concetti perfettamente in linea con la retorica del regime. Di conseguenza, il nome venne risparmiato.
Ma se la parola “Juventus” rimase intatta, lo stesso non si poté dire per la ragione sociale che la accompagnava. Dalla sua nascita, la squadra si presentava ufficialmente come Foot-Ball Club Juventus. Il termine “Foot-Ball”, chiaramente anglofono, era intollerabile per le direttive del regime. Per questa ragione, nel 1936, la società dovette adeguarsi ai decreti sull’italianizzazione. La dirigenza eliminò la dicitura inglese e la ragione sociale fu ufficialmente ridotta alla sola parola Juventus. Nei documenti della Federazione, sui giornali e nei tabellini dell’epoca, la squadra figurava semplicemente con il suo nome latino, privo di qualsiasi estensione britannica.
La parentesi bellica con la Juventus Cisitalia
Un reale e temporaneo cambio di denominazione avvenne invece verso la fine del ventennio, in pieno secondo conflitto mondiale. Nel 1944, a causa della crisi economica legata alla guerra e della parziale interruzione delle attività industriali della FIAT, la squadra fu oggetto di una vera e propria operazione di abbinamento commerciale. Il club passò sotto l’egida di Pietro Dusio, un industriale tessile e sportivo che era anche il presidente della Cisitalia (Compagnia Industriale Sportiva Italia), azienda automobilistica torinese specializzata in vetture sportive e da corsa. Per motivi di sponsorizzazione e sopravvivenza finanziaria, la squadra cambiò il nome in Juventus Cisitalia. Con questa sigla i bianconeri disputarono il Campionato di guerra del 1944.
La fine del regime fascista e la conclusione della Seconda Guerra Mondiale portarono a un immediato ripristino delle vecchie identità cancellate dalla dittatura. Nel 1945, caduto l’obbligo di autarchia linguistica, la dirigenza bianconera scelse di riappropriarsi di una denominazione internazionale, ma con un tocco di novità. Invece di tornare al vecchio Foot-Ball Club, la società decise di istituzionalizzarsi adottando la formula tuttora in uso: Juventus Football Club.
La Juve dunque superò gli anni del fascismo senza snaturare la propria essenza e confermandosi sul campo, proprio in quel periodo, come la squadra del “Quinquennio d’oro” (i 5 scudetti consecutivi tra il 1931 e il 1935), un’epopea sportiva che ne cementò definitivamente il tifo su scala nazionale. Fortunatamente, quegli anni sono ormai solo un lontanissimo ricordo. Per la felicità e soprattutto libertà di tutti.