Le 5 cose che non sapevi di Mario Mandzukic

Generoso, instancabile, silenzioso e letale. Mario Mandzukic è stato uno dei calciatori più amati della storia recente della Juventus, un vero e proprio idolo della tifoseria per la sua capacità di sacrificarsi in ogni zona del campo e per quel carattere da guerriero d’altri tempi. Se le sue battaglie sul rettangolo verde e i suoi gol pesantissimi sono impressi nella memoria di tutti.Cci sono risvolti della sua vita privata, del suo passato e della sua personalità, però, che restano ancora oggi avvolti nel mistero.

Mandzukic e la filosofia di vita incisa sulla pelle

Il corpo dell’ex attaccante bianconero è una vera e propria mappa di esperienze e valori, ricoperta da numerosi tatuaggi. Tra i disegni più significativi spiccano quattro caratteri cinesi incisi sull’avambraccio destro: «Li»«fu»«jia» e «xin». Tradotti letteralmente, questi termini significano forza, fortuna, famiglia e fiducia. Per il croato non si tratta di semplici decorazioni, ma di pilastri fondamentali che guidano ogni sua azione quotidiana. Tra le altre opere impresse sulla sua pelle figurano anche una coppia di dadi, un poker d’assi e una preghiera scritta nella sua lingua madre.

Mandzukic e l’infanzia segnata dal dramma della guerra

La dote del sacrificio e la durezza caratteriale di Mandzukic affondano le radici in un’infanzia purtroppo tormentata. All’età di soli sei anni, Mario assiste agli orrori del conflitto bellico che sconvolge la Croazia. Per sfuggire ai bombardamenti nella sua città natale, Slavonski Brod, la famiglia decide di rifugiarsi in Germania, stabilendosi a Ditzingen. È proprio qui che il piccolo scopre l’amore per il pallone grazie agli insegnamenti del padre Mato. Nel 1996, tuttavia, alle autorità tedesche viene negato il rinnovo del permesso di soggiorno, costringendo la famiglia a rientrare in patria, dove Mario riprenderà il suo percorso giovanile nel Marsonia.

Quella controversa esultanza al Bayern Monaco

Nel novembre del 2012, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia assolve in secondo grado due generali croati, Ante Gotovina e Mladen Markac, dall’accusa di crimini contro l’umanità. Il giorno successivo, durante una sfida tra Bayern Monaco e Norimberga, Mandzukic festeggia una sua rete correndo verso i propri sostenitori e mimando un saluto militare. L’episodio sollevò un polverone mediatico in tutta Europa, ma il centravanti spense subito le polemiche chiarendo la propria posizione: si era trattato esclusivamente di uno sfogo emotivo strettamente legato al sentimento di gioia condiviso in quel momento da tutto il popolo croato.

Un rito scaramantico irrinunciabile per l’ex Juve

Dietro la facciata da duro insensibile alla pressione, si nasconde anche un uomo attento ai dettagli e ai riti propiziatori. Mandzukic era infatti un atleta estremamente scaramantico e seguiva una routine ben precisa prima di ogni fischio d’inizio. C’è un gesto in particolare a cui non ha mai rinunciato nel corso di tutta la sua lunga carriera: non ha mai messo piede sul terreno di gioco senza prima essersi accuratamente fasciato il polso, un’abitudine diventata un vero e proprio marchio di fabbrica protettivo.

Il silenzio assordante che stupì Ibrahimovic

Che fosse un uomo di pochissime parole era risaputo, ma a confermarlo in modo definitivo fu Zlatan Ibrahimovic ai tempi della loro comune parentesi al Milan. Lo svedese raccontò che, al momento dell’arrivo del croato a Milanello, provò ad accoglierlo salutandolo sia in lingua slava sia in italiano, ricevendo in cambio soltanto scena muta con appena un cenno. Persino il tecnico Stefano Pioli lo invitò a fare un discorso introduttivo davanti allo spogliatoio, ma l’attaccante preferì declinare l’invito con un cenno. Un professionista glaciale, focalizzato unicamente sul lavoro e infastidito dalle chiacchiere superflue. Tant’è che odiava anche le interviste.