Borriello: “Non c’entra Spalletti: ecco il vero problema Juve”

Sulle pagine de La Gazzetta dello Sport, Marco Borriello analizza senza peli sulla lingua il momento delicato della Juventus, tracciando con decisione la rotta necessaria per permettere alla squadra di Luciano Spalletti di ritrovare la propria dimensione di vertice. L’ex centravanti bianconero punta il dito con forza verso la proprietà e difende l’operato dell’attuale guida tecnica. Così oltre ai limiti evidenziati nell’organico e nelle rotazioni d’attacco, Borriello richiama l’ambiente all’importanza di ritrovare l’identità e la presenza carismatica della società, elementi che in passato hanno saputo fare la differenza nei momenti di massima pressione.

Borriello ha riservato parole di grande stima per Antonio Conte, ricordando la fame di vittoria e l’impronta caratteriale che il tecnico pugliese sa trasmettere ai suoi gruppi, passando per l’annata di Randal Kolo Muani e commentando con una rara sincerità la situazione che ha riguardato Franck Kessié, col centrocampista ivoriano che ha preferito l’Atalanta alla Juventus.

Qual è il vero problema della Juve: parla Borriello

Incontro Spalletti-Elkann

Ecco alcuni estratti dell’intervista di Borriello alla rosea.

La Juventus attualmente è fuori dall’Europa e Conte è a casa: le fa strano?

«Sono un grande estimatore di Antonio, è un vincente e ho provato sulla mia pelle la sua forza: trasmette una mentalità pazzesca ai giocatori. Però non credo che Spalletti sia il problema della Juve e quindi non penso che basterebbe Conte per riportare il club a primeggiare. Luciano e Antonio sono diversi, ma a livello tecnico-tattico sono entrambi fenomenali».

Allora cosa manca?

«Un presidente come Andrea Agnelli. Da fuori si percepisce la mancanza del calore di Andrea, un dirigente sempre presente. La Juventus ha una proprietà storica e unica: l’attaccamento al gioiello di famiglia è evidente, anche economicamente. John Elkann è il primo tifoso e va ringraziato per i continui investimenti, non gli si può chiedere di più:parliamo di un grande uomo d’affari che non può essere al campo tutti i giorni. Alla Juve manca la magia, quella che fa allineare i pianeti e che nella stagione del nostro scudetto si era creata con Conte, i tifosi e il nuovo stadio. Non sono leggende, i giocatori fiutano l’ambiente. Il calcio è alchimia, comunione d’intenti».

Un esempio?

«Ai tempi della mia Juve, Bremer non avrebbe parlato in quel modo dopo la Lazio: con Agnelli e Marotta non si sarebbe permesso di criticare i compagni. Ma anche il fatto che Kessie abbia scelto l’Atalanta e non la Juve è preoccupante. Con tutto il rispetto, la Dea non è il Milan. I giocatori annusano i momenti dei club».