Nel calcio, la parola “derby” evoca immediatamente l’immagine di un’intera città spaccata a metà. È il caso delle stracittadine di Milano, Roma, Torino o Genova, dove il palio non è soltanto la conquista dei tre punti, ma il diritto di supremazia sul campanile di casa per i mesi a venire. Eppure, nel panorama calcistico italiano, esiste una sfida capace di superare i confini geografici regionali per assumere una dimensione autenticamente nazionale, al punto da essersi guadagnata la prestigiosa etichetta di Derby d’Italia: il confronto tra la Juventus e l’Inter.
Ma da dove nasce questa definizione e perché, nonostante i circa 140 chilometri che separano Torino e Milano, questo scontro viene vissuto con l’intensità emotiva di una stracittadina? Per rintracciare la nascita ufficiale dell’espressione bisogna riavvolgere il nastro del tempo fino alla seconda metà degli anni Sessanta, precisamente al 1967. La paternità di questo neologismo giornalistico spetta a Gianni Brera, senza dubbio il più influente, colto e visionario narratore del calcio italiano del Novecento.
Così Brera creò il derby d’Italia con Juventus-Inter
Brera utilizzò per la prima volta la locuzione per descrivere l’epico duello che in quegli anni vedeva contrapposte la Juventus e l’Inter. Il giornalista intuì che la rivalità tra bianconeri e nerazzurri avesse ormai travalicato i confini sportivi ordinari, trasformandosi in una sorta di scontro geopolitico e culturale tra la Milano lombarda e il “vej Piemont”.Estendendo il concetto tradizionale di derby a livello nazionale, Brera coniò una formula che avrebbe ridefinito per sempre l’immaginario collettivo degli sportivi italiani e che ancora oggi è di estrema attualità nonché simbolo anche nel mondo intero.
La felice intuizione di Gianni Brera non fu solo semplice esercizio di stile, ma poggiava su solide e oggettive basi storiche e sociali. All’epoca del battesimo giornalistico, Juventus e Inter rispondevano infatti a precisi requisiti d’eccellenza. Come il palmares: negli anni Sessanta, le due compagini erano in assoluto i due club più titolati della penisola e capaci di monopolizzare albi d’oro e scudetti. Anche il tifo fece la sua parte data l’enorme diffusione: si trattava delle due fazioni con il più alto numero di sostenitori sparsi in modo omogeneo da Nord a Sud, una dinamica che trasformava ogni bar della penisola nel teatro di una discussione accesa. Infine l’egemonia industriale: la sfida sul rettangolo verde rifletteva fedelmente le dinamiche del capitalismo italiano dell’epoca, mettendo di fronte le due famiglie reggenti dell’economia nostrana: gli Agnelli da un lato e i Morattidall’altro.
Inoltre, per decenni, la sfida ha mantenuto intatta una caratteristica unica: l’Inter e la Juventus sono state a lungo le uniche grandi potenze del nostro calcio a non aver mai conosciuto l’onta della retrocessione in Serie B, conservando una purezza di blasone che ha alimentato ulteriormente il fuoco della contesa. E a distanza di quasi sessant’anni da quel colpo di genio di Gianni Brera, al netto di quanto accaduto poi anche con Calciopoli, il valore del Derby d’Italia non ha perso un solo briciolo della sua importanza originaria. Anno dopo anno, le tensioni sul campo, i passaggi di calciatori da una sponda all’altra e i continui duelli per la conquista dello scudetto hanno stratificato e arricchito una narrazione epica. Quella tra Juventus e Inter non sarà mai una partita come tutte le altre: è lo specchio di un intero Paese calcistico che si ferma, si schiera e si divide, confermando la profezia di quel foglio scritto a macchina nel lontano 1967.