Pavel Nedved è stato uno dei centrocampisti più dominanti, iconici e inarrestabili della sua generazione. Soprannominato la Furia Ceca per la sua corsa inesauribile e una potenza balistica devastante con entrambi i piedi, l’ex numero 11 ha scritto pagine leggendarie con le maglie di Lazio e Juventus, fino a raggiungere il tetto del mondo con la vittoria del Pallone d’Oro nel 2003.
Oltre all’immagine del campione implacabile sul rettangolo verde e del dirigente passionale dietro la scrivania, ci sono aneddoti e retroscena della sua vita e della sua carriera che lo rendono un personaggio unico.
Il trappolone di Moggi a Nedved
Nell’estate del 2001 Nedved è il re di Roma e l’assoluto beniamino del popolo laziale. La Juventus decide di puntare su di lui per sostituire Zinedine Zidane, ma l’operazione sembra impossibile: il calciatore rifiuta categoricamente ogni contatto, non volendo minimamente aprire un dialogo per il suo trasferimento a Torino.
La scena si ripete più volte, finché Luciano Moggi non decide di architettare un vero e proprio tranello, facendo leva sulla grandissima passione di Pavel per il golf. Il dirigente bianconero lo contatta e lo invita a raggiungere Torino solo ed esclusivamente per fare un giro e visitare i famosi campi della Mandria. Nedved accetta l’invito informale e cade nella trappola.
Moggi, infatti, avvisa segretamente un folto gruppo di giornalisti e fotografi dell’arrivo del ceco: quando Pavel sbarca a Torino si ritrova improvvisamente accerchiato dai flash dei cronisti, mentre Moggi si fa vedere pubblicamente con un’aria risentita come se la trattativa segreta fosse stata “scoperta”. Il clamore mediatico fu tale che alla Lazio e al giocatore non restò che sedersi a trattare, soprattutto dopo aver rotto nel frattempo con l’ambiente biancoceleste.
Il grande rimpianto: il Manchester United (con un pizzico di gelosia)
Nonostante una carriera ricca di trofei tra Italia e Repubblica Ceca, Nedved conserva un unico, grande rimpianto legato al calcio internazionale. Il trequartista ha infatti confessato che gli sarebbe piaciuto moltissimo misurarsi con la Premier League, e in particolare con un club specifico:
«Il mio più grande rimpianto è quello di non aver mai giocato per il Manchester United, mi sarebbe piaciuto molto. Purtroppo però non c’è mai stata una vera offerta sul tavolo, l’unica che mi arrivò dall’Inghilterra era del Chelsea e dissi no. Mi piaceva la generazione di Paul Scholes e Ryan Giggs, che io ho sempre ammirato. Ero un po’ geloso di Karel Poborsky perché lui ha avuto la fortuna di giocare nel Manchester United giocando grandi partite».
Una macchina da allenamento: correva anche nei giorni di riposo
La forma fisica straripante di Nedved non era solo un dono di natura, ma il risultato di una cultura del lavoro quasi ossessiva. Ai tempi della Juventus, i magazzinieri e i compagni di squadra raccontavano che Pavel era sempre il primo ad arrivare al campo d’allenamento e l’ultimo ad andarsene. La sua epopea narra che, persino nei giorni di riposo totale concessi dall’allenatore, Nedved non riuscisse a stare fermo: veniva regolarmente avvistato a correre da solo nei parchi di Torino o nelle vicinanze della sua abitazione, per non perdere mai il ritmo partita.
Il Pallone d’Oro e l’ossessione per la finale saltata
Il 22 dicembre 2003 France Football lo incorona ufficialmente come il giocatore più forte d’Europa assegnandogli il Pallone d’Oro, davanti a Thierry Henry e Paolo Maldini. Un trionfo clamoroso e meritato, che Pavel accolse però con un velo di profonda tristezza. Pochi mesi prima, a causa di un’ammonizione rimediata nella semifinale contro il Real Madrid, Nedved era stato costretto a saltare per squalifica la finalissima di Champions League a Manchester contro il Milan, poi persa dai bianconeri ai rigori. Il ceco ha sempre dichiarato che avrebbe scambiato istantaneamente quel Pallone d’Oro pur di poter scendere in campo e giocare quella finale.
Il patto d’onore con la Juventus in Serie B
Nel 2006, all’apice della carriera e fresco vincitore di scudetti, Nedved si ritrova davanti al bivio di Calciopoli con la Juventus retrocessa d’ufficio in Serie B. Mentre molte stelle dell’epoca decisero di lasciare Torino per non rovinare il proprio blasone, la Furia Ceca — insieme a campioni del calibro di Del Piero, Buffon, Camoranesi e Trezeguet — firmò un vero e proprio patto d’onore. Rifiutò le ricche offerte dei top club europei e accettò di scendere nei campi della serie cadetta, trascinando immediatamente la Juventus verso la promozione e cementando per sempre il suo status di leggenda assoluta e bandiera del club.